Premio Videoinsight®

VIDEOINSIGHT®️ PRIZE 2026 

Il VIDEOINSIGHT®️ PRIZE 2026 – Sedicesima Edizione è stato vinto il 22 Settembre 2026 dall’Artista IRENE BALIA (Iglesias, 1985). L’Opera premiata, selezionata nel contesto dell’Open Call CAREGIVER, si intitola “MEZZ’OMBRA”, acrilico su tela, 150 x 100 cm, 2026, Videoinsight® Collection.

MOTIVAZIONI

L’opera “Mezz’ombra” incarna appieno la mission di Videoinsight® Foundation – ETS: promuove la salute, la cura, la longevità e il benessere psicofisico, trasforma l’esperienza estetica in un processo terapeutico ed evolutivo; dialoga con gli aspetti più intimi e latenti dell’esperienza umana; stimola nello spettatore immediata risonanza emotiva, insight e profonda integrazione interiore.

Si è distinta per la straordinaria delicatezza narrativa, la densità psicologica, la potenza perturbante con cui esplora le zone d’ombra della psiche e della memoria emotiva.

Attraverso la raffinata ricerca visiva, la fascinazione del realismo magico, l’evocazione di una ritualità, l’Artista Irene Balia costruisce uno spazio sospeso tra luce e penombra, che diviene specchio delle complessità e delle transizioni dell’animo umano. 

Con una pittura intima e vibrante, indaga la figura, lo spazio domestico, la relazione affettiva, la relazione di coppia. I soggetti raffigurati sembrano sospesi nel tempo; la loro presenza stimola nello spettatore un processo di identificazione e di proiezione. La superficie pittorica diventa uno specchio emotivo in cui l’osservatore è invitato a esplorare i propri vissuti, attivando intuizioni e risonanze interiori. 

La figurazione si muove in un territorio sospeso e affascinante, nel quale si trasfigura in sintesi formale, atmosfera onirica e profonda indagine psicologica.

Lo sguardo sulla relazione è disincantato, ironico. La narrazione è misteriosa. Il quotidiano è riformulato su un piano onirico: la realtà domestica e le figure umane non sono restituite come ritratto verista, ma rielaborate attraverso un filtro sottilmente surreale. Gli interni, i soggetti e gli elementi della natura vegetale diventano quinte teatrali di una narrazione interiore, in cui l’ordinario assume un carattere ambiguo, evocativo e inafferrabile.

La pittura predilige una struttura bidimensionale e minimale; i confini sono sottili, le forme sono delimitate da linee pulite, nette e delicate, mentre i campi di colore uniforme definiscono con precisione i volumi e lo sfondo. Il vuoto e la sottrazione visiva non sono assenze, ma componenti riempitive cariche di tensione emotiva e silenzio. Attraverso la palette cromatica, la stesura satura e ricercata, i colori pieni e pastosi, l’Artista costruisce un’atmosfera di apparente calmo incanto che nasconde un’inquietudine e tensione psicologica.

Il gioco tra luce e penombra mette in scena la dualità dell’esperienza umana: il visibile e l’inconscio. I protagonisti appaiono enigmatici, indecifrabili, ambigui, stranianti, nascosti da una nube di fumo. La scena quasi sciamanica, inafferrabile al colpo d’occhio, oltre che disorientare, comunica fiducia, speranza. 

TESTO DELL’ARTISTA IRENE BALIA 

Due persone, un uomo e una donna, sono sedute una di fronte all’altra. Come in un castello di carte, braccia e gambe si incrociano cercando e creando un sostegno reciproco. Le loro teste non sono dipinte: al loro posto un albero nebuloso le copre creando un’apertura a un mondo altro. Un pensiero condiviso che diventa fisico. È un luogo che non esiste, dove la prospettiva spaziale è sostituita da una dimensione emotiva. Tutto è costruito sul sostegno reciproco dei corpi che diventano paesaggio in un’atmosfera onirica e simbolica.

DESCRIZIONE E SIGNIFICATO DELL’OPERA 

Nell’Opera “Mezz’Ombra”, 2025- 2026, Videoinsight® Collection di IRENE BALIA
particolarmente interessante è la presenza dell’albero sospeso nella parte superiore della composizione, dal quale pende un unico frutto. L’albero sembra appartenere a un’altra dimensione: non è realmente inserito nello spazio delle figure, ma lo sovrasta come una sorta di memoria, origine o elemento inconscio. 

Il frutto arancione, unico punto di colore caldo all’interno della parte superiore, può essere letto come simbolo di desiderio, conoscenza, maturazione o possibilità. La sua posizione, proprio sopra le figure, introduce una dimensione quasi mitologica nella scena.

I fiori sparsi sul pavimento producono invece un effetto opposto. Sono elementi delicati e organici che sembrano essere caduti, o essere stati lasciati dopo qualcosa che è già accaduto.

Il pavimento geometrico, freddo e razionale, contrasta con la fragilità dei fiori. La natura appare quindi come qualcosa di effimero, destinato a consumarsi e a lasciare tracce.

Anche le sedie hanno un ruolo significativo. Sono sedie semplici, pieghevoli, quasi provvisorie. Non appartengono a un ambiente domestico definito: sembrano predisposte per una situazione temporanea. La relazione stessa appare così sospesa, come se i due personaggi si trovassero in un luogo di passaggio. L’assenza di un vero ambiente contribuisce alla sensazione di trovarsi davanti non a una scena narrativa precisa, ma a una condizione esistenziale.

La pittura possiede una notevole freddezza compositiva. Le superfici sono definite con precisione, i corpi appaiono quasi immobili e la scena sembra congelata in un istante. Questa immobilità produce una particolare inquietudine: non succede quasi nulla, ma proprio per questo tutto sembra sul punto di accadere.

L’Opera si costruisce attorno a una scena apparentemente semplice, quasi quotidiana: due figure siedono una di fronte all’altra, su due sedie pieghevoli, in uno spazio spoglio e sospeso. 
Eppure, sotto questa apparente normalità, l’immagine nasconde una forte tensione simbolica.  È una pittura che parla della relazione, dell’incomunicabilità e della distanza, ma lo fa attraverso un linguaggio estremamente controllato e silenzioso.

Colpisce l’assenza dei volti. Le due persone sono presenti fisicamente, ma la loro identità è negata. Al posto del volto troviamo una superficie neutra, quasi cancellata. 

Questa scelta sottrae individualità ai personaggi e li trasforma in figure universali, archetipi di una relazione umana. Non sappiamo chi siano, né quale sia la loro storia: ciò che rimane è esclusivamente la loro posizione nello spazio e il rapporto tra i loro corpi.

Anche il gesto delle mani assume un’importanza particolare. Le mani sono forse la parte più espressiva dell’opera: si avvicinano, si sfiorano, si cercano, ma non arrivano a trasformare realmente la distanza fisica in una piena comunicazione. Il contatto diventa così una forma di linguaggio alternativa alla parola. È come se i corpi dicessero ciò che i volti, volutamente assenti, non possono dire.

Il contrasto cromatico tra il blu dell’uomo e il rosso della donna rafforza questa dialettica.  Il blu suggerisce una dimensione più introspettiva, fredda e contenuta; il rosso introduce invece una presenza più intensa, vitale e fisica. 

Non si tratta necessariamente di una contrapposizione tra maschile e femminile, quanto piuttosto di due energie differenti che cercano una possibilità di relazione. Può essere letta come una riflessione sulla relazione contemporanea: due individui possono essere fisicamente vicinissimi e, nello stesso tempo, rimanere profondamente sconosciuti l’uno all’altro. 
L’assenza dei volti elimina la possibilità di leggere direttamente emozioni e intenzioni, lasciando allo spettatore il compito di costruire il significato.

In questo senso l’Artista sembra utilizzare la figura umana non per raccontare una storia, ma per mettere in scena una condizione. 

Il rapporto tra i due personaggi diventa una metafora più ampia dell’incontro tra individuo e individuo: desiderio di prossimità e impossibilità di una completa fusione, presenza e distanza, contatto e solitudine.

È proprio in questa ambiguità che risiede la forza dell’opera. Non offre una risposta sulla natura della relazione: costruisce uno spazio nel quale lo spettatore è costretto a interrogarsi su di essa. 


La pittura diventa così una forma di silenzio narrativo, dove ciò che non viene mostrato — i volti, le parole, la storia dei protagonisti — assume forse un’importanza maggiore di ciò che è visibile.

TESTO DI REBECCA RUSSO

Ci sono momenti in cui il cammino si appanna, l’atmosfera si fa densa di fumo, il buio cancella le coordinate e la nebbia confonde persino il profilo di chi ci sta accanto. In queste condizioni di opacità e smarrimento, la tendenza istintiva è quella di arrestarsi, di percepire l’ostacolo come una privazione o un’ingiustizia della sorte. Eppure, è proprio quando il paesaggio visibile viene meno che si attiva un altro tipo di sguardo. Quando la vista non basta più, la relazione — che sia d’amore o d’aiuto — smette di essere una semplice presenza e si trasforma in una struttura portante. 
Nel vuoto apparente creato dall’incertezza, il legame umano diventa il terreno in cui germoglia il senso. 
Nonostante l’ambiente ostile, la vicinanza autentica e la cura reciproca permettono di far nascere un frutto inatteso, di portare alla luce un tesoro che, nella piena chiarezza del giorno, sarebbe rimasto invisibile. Il tesoro non è mai l’assenza della nebbia, ma la scoperta di ciò che siamo capaci di generare e custodire mentre la attraversiamo. In questo processo, l’impedimento smette di essere un mero freno per svelare la sua natura più profonda: ogni impedimento è un giovamento. L’ostacolo non arriva per bloccare la vita, ma per costringerla a cambiare forma, a superare la superficie e ad andare a fondo. 
La nebbia e il fumo costringono a rallentare, ad ascoltare, a sintonizzarsi su frequenze più intime e sottili. Riducono il rumore di fondo e costringono a cercare l’essenziale. 
Ci insegnano che la fragilità non è la fine della strada, ma la condizione fondamentale per accedere alla vera forza, e che è proprio la resistenza del terreno a permettere al seme di spezzarsi e dare vita alla pianta. Nella relazione d’aiuto e nell’amore, la difficoltà condivisa si converte così in un catalizzatore di trasformazione. La prova non cancella il valore dell’esperienza; al contrario, lo protegge, lo matura e lo impreziosisce, ricordandoci che la luce più pura non è quella che illumina il cammino già spianato, ma quella che riusciamo ad accendere insieme dentro la notte.